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Quando c’era Marnie…

A Sapporo vive una ragazzina di nome Anna, artista in erba ma completamente chiusa in se stessa. Malata di asma, dopo l’ennesimo forte attacco, viene mandata dalla madre adottiva a passare un po’ di tempo da alcuni parenti nelle campagne di Hokkaido dove, secondo il medico di famiglia, l’aria sana del luogo le avrebbe sicuramente giovato alla salute.

Anna parte in treno sentendosi però tradita dalla matrigna pensando in cuor suo di essere un peso e non ben voluta dalla famiglia adottiva chiudendosi sempre di più nella sua malinconia e nel disprezzo profondo che prova per se stessa.

I parenti di Hokkaido però sono persone alla mano e gioviali che accolgono la giovane ragazza come fosse figlia loro e questo, almeno un po’, riesce a tranquillizare lo stato d’animo irrequieto di Anna la quale, durante una delle sue esclursioni nella laguna alla ricerca di soggetti per i suoi schizzi, incontra una ragazza bionda di nome Marnie che vive in una grande e bella villa stile occidentale del’900 che sbocca proprio sul lungomare.

Nascerà immediatamente la più profonda e importante amicizia della sua vita.

Quando c’erano Miyazaki e Takahata…

“Quando c’era Marnie” è un film storico. No, non in senso semplicemente temporale ma perché segna indelebilmente la storia di uno degli studi giapponesi più famosi al mondo, lo Studio Ghibli. Infatti, come non era mai accaduto fin’ora, questo è il primo lungometraggio al quale non hanno partecipato in alcun modo i maestri Miyazaki e Takahata, gli storici fondatori e fautori del famoso studio di animazione. Alla regia troviamo infatti il giovane e timido Yonebayashi, pupillo di Miyazaki che l’ha coinvolto fin da giovanissimo in vari suoi progetti a partire da “La Principessa Mononoke” fino ad arrivare a scrivere la sceneggiattura di “Arrietty”. Il giovane regista però, a dispetto del suo carattere timido ed introverso, una volta matita alla mano dimostra perchè Miyazaki riponga così tanta fiducia in lui per il futuro dello studio; la sua parte artistica prende il sopravvento e le sue idee originali per le location e la storia coinvolgono e affascinano tutti coloro che lavorano con lui… e “Quando c’era Marnie” ne è la prova definitiva. Forse ancora non lo si può chiamare maestro, ma sono sicuro che lo studio Ghibli ha trovato chi degnamente può continuare il lavoro, i sogni e le idee di alcuni tra i veri “giganti” dell’animazione giapponese.

Quando una storia è bella perché è semplice…

“Quando c’era Marnie” è una storia dolce e delicata, il racconto di una vita normale fatta di difficoltà e tragedie ma anche di momenti di felicità, amore ed amicizia. Temi ben noti a chi segue da tempo i film dello Studio Ghibli che, tra una pellicola più immaginaria e un’altra più realistica, ha sempre affrontato tali temi con forte impatto grazie anche e soprattutto alla bravura nel disegnare e creare mondi fantastici, paesaggi incredibili e personaggi a cui non voler bene e con i quali non immedesimarsi è davvero cosa difficile. In questa prima pellicola di Yonebayashi spiccano la ricerca dei dettagli paesaggistici; la laguna, i campi d’erba abbandonati da anni, il bosco, tutte ambientazioni che regalano dettagli ed emozioni e aiutano lo spettatore ad immergersi nelle bellissime scene e vivere la storia assieme ai protagonisti. Il Bluray visionato, edito da Lucky Red come ormai ogni film dello studio Ghibli, è di ottima qualità visivamente parlando; il master ovviamente è recentissimo e la purezza dei tratti ne è la prova definitiva. Buono anche il sonoro che porta tanti suoni d’ambiente e poche musiche tra le quali spicca la canzone in inglese Fine on the Outside cantata da Priscilla Ahn, novità anche questa per una produzione Ghibli. Pochi gli extra purtroppo che comprendono i soliti trailer e spot, uno sguardo allo storybox originale del film ed infine un interessantissimo speciale sulla realizzazione del film che ci porta, assieme al regista, a vivere e scoprire le location scelte per dar vita a questo bellissimo film.

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Il Giardino delle Parole…
Takao Akizuki, un ragazzo di 15 anni, si divide tra scuola e lavoro ma sogna, un giorno, di diventare un creatore di scarpe. Nei giorni di pioggia, invece che frequentare le lezioni, preferisce rifugiarsi in un parco e li disegnare le sue creazioni.
In uno di questi giorni uggiosi, sotto un gazebo, incontra Yukari Yukino, una ragazza di 27 anni che, tra una birra e del cioccolato, ama leggere tanka (poesie brevi giapponesi).
Dapprima in silenzio e poi pian piano da piccole conversazioni i due inizieranno a raccontarsi la loro vita.

 

…in un tripudio di sentimenti, colori e pioggia!
La storia, di per se, è molto semplice: non ci sono nemici da sconfiggere, super-poteri o misteriosi maghi, è semplicemente la storia di un incontro… ma che, con la tranquillità con cui viene raccontata, sembra che ti abbracci e ti porti fino alla fine coccolandoti.
Senza ombra di dubbio preferisco la versione originale al doppiaggio italiano dove sembra quasi si perda la forza emotiva dei personaggi.
La rappresentazione grafica è di altissimo livello; il tratto del disegno del maestro Makoto Shinkai è delicato e realistico mentre i colori sono vivi e pieni. La ricostruzione del parco “Shinjuku Gyoen” (nella città di Tokio) è a dir poco spettacolare e l’incredibile attenzione nei dettagli, inoltre, la si può notare nella pioggia che, in tutto l’arco narrativo, bagna indistintamente il verde del parco e le metropolitane della frenetica città.
Il tocco gentile del pianoforte di Kashiwa Daisuke ci accompagna sotto la pioggia mentre a Motohiro Hata viene lasciata la bellissima “Rain” che ci saluta in un finale ricco di promesse.

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Rainbow…
Tokio, fine seconda guerra mondiale.
Il Giappone cerca di rimettersi in piedi dopo la bomba atomica mentre l’invasione americana è ancora fortemente presente sul territorio nipponico.
Sette giovani, ognuno con una condanna diversa, si ritrovano nella stessa cella di un riformatorio promettendosi di ritrovarsi fuori; i sette ragazzi scopriranno che, per raggiungere un sogno, bisogna a volte sputare sangue.

 

…dalle tinte forti
Questo anime non ci risparmia nulla. Una volta entrati nella vita di questi ragazzi ci si ritrova proiettati con loro tra le strade di un Giappone in ginocchio.
A volte i temi trattati sono veramente crudi e questa realisticità penso non sia indicata ad un target molto giovane. La violenza, la corruzione, il degrado cittadino e la povertà arrivano a creare un’empatia tra i protagonisti e lo spettatore e una voce femminile fuoricampo ti rende partecipe dei loro pensieri mentre le musiche americane, portate dai marines, riecheggiano tra i vicoli e il mercato nero.
I disegni sono alquanto severi e gli scenari molto spesso cupi ma, in mezzo a questo tratto oscuro, a volte compare un arcobaleno.
L’OST della serie è composta, oltre che dal boogie-woogie e dal jazz americano, da un opening e un ending molto decisi (“A Far-Off Distance” dei Galneryus e “We’re Not Alone” dei Coldrain)

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La Tigre…

Cosa succede quando un drago e una tigre si incontrano tra i banchi dell’istituto superiore Ōhashi? Ryuji Takasu è un liceale gentile e responsabile, maniaco delle pulizie e attento all’ecologia ma, a causa del suo viso da teppista (simile a quello del padre), viene spesso temuto dai compagni.
Taiga Aisaka, al contrario, dietro la sua bassa statura e il fisico minuto simile ad una bambolina, cela un carattere tutt’altro che mite. Spesso irascibile e armata di katana di legno, nella scuola è ormai conosciuta come “La Tigre Palmare”.
A causa di un piccolo incidente, e dopo un chiarimento, i due instaureranno una solida complicità e a loro si uniranno altri compagni con cui condivideranno amicizie, sentimenti e i problemi tipici della loro età.

…e il Dragone!

Toradora! è sì il più classico degli shoujo ma riesce a mantenere sempre un buon ritmo grazie alle vicende dei vari protagonisti che non risultano mai così scontate, come accade in serie simili. E’ un anime pulito e privo di fan-service. Questo lo rende adatto non solo per più giovani e per un pubblico femminile da cui viene solitamente scelto, ma anche per un pubblico maschile che potrebbe apprezzarlo.
I disegni sono piacevoli e vivaci e l’intera colonna sonora dell’anime è ben fatta; le opening “Pre-Parade” e “Silky Heart” e le ending “Vanilla Salt” e “Orange” sono cantate dalle stesse doppiatrici della serie mentre la dolcissima “Lost My Piece” accompagna i momenti più intensi dei
nostri protagonisti.
Purtroppo non ho avuto modo di vedere l’anime nella sua versione originale ma credo che, per la versione italiana, sia stato fatto un buon lavoro di doppiaggio che ha saputo dare il giusto carattere ad ogni personaggio.

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Watashi ga Motenai no wa dō Kangaetemo Omaera ga Warui!, per gli amici WATAMOTE !

Tomoko è una ragazzina introversa, taciturna, chiusa e pazza come un cavallo! La sua vita stà per cambiare completamente perché a breve inizierà la sua carriera da liceale nella quale vuole essere famosa, corteggiata dai ragazzi e popolare. Per farlo Tomoko si allena duramente tutti i giorni passando ore davanti ai giochi d’appuntamento ed eroge, conquistando più ragazzi possibili e affrontando qualsiasi situazione possa mai capitarle. Non per niente lei era già popolarissima alle medie ed aveva parlato con i ragazzi per ben quattro volte in varie circostanze. E’ preparata, pronta ed agguerrita… e poi “Non importa cosa possa pensare lei, se non è popolare è solo colpa vostra”!

 

Quanto è difficile essere popolari…

Watamote è una commedia, a tratti demenziale, ma che nasconde l’analisi di una situazione di disagio purtroppo comune a molte persone che devono raffrontarsi con gli altri. Voler comunicare, diventare amici, approcciarsi al prossimo sono elementi semplici da realizzare per chi è di carattere aperto e gioviale, ma ritrovarsi dall’altra parte, nel lato oscuro della personalità, dove anche chiedere ad un commerciante un prodotto, salutare un amico o parlare al telefono comportano attacchi di panico ed ansia senza controllo, ecco, in questo caso estremo anche la normale vita studentesca può innescare situazioni assurde e disagio senza limiti.

Tomoki è estrema sotto questo punto di vista, lei riesce esclusivamente a parlare con il fratello Tomoko e i genitori, il resto del mondo è invece una barriera dettata dal suo carattere insicuro e da tutte le situazioni che, nel suo cervello, continua ad immaginare.

Questa serie quindi vi farà ridere, e parecchio, grazie a situazioni davvero estreme e a frasi assolutamente fuori controllo che Tomoki ogni tanto dirà pensando che sia la scelta migliore per diventare popolare ma, a volte, vi farà pure un po’ di tristezza e rabbia assieme ripensando a quante volte anche noi stessi avremmo voluto dire o fare qualcosa di diverso nel corso della nostra vita e magari non ne siamo stati capaci, per timidezza forse, per codardia anche.

 

Non importa cosa io possa pensare, se non sono popolare è solo colpa vostra!

Watamote è una serie nuova, uscita in giappone nel settembre 2013 e lo si vede notando l’estrema pulizia dei disegni ormai marchio di fabbrica di tutte le opere arrivate dal sol levante. I disegni sono semplici e, a parte qualche rara situazione o citazione dove la caratterizzazione di personaggi e ambienti viene estremizzata per diventare simile alla fonte, non si notano picchi artistici di alcun tipo. La caratterizzazione dei personaggi principali, che a conti fatti sono 5 o 6, è sempre buona mettendo in risalto pregi e, soprattutto, difetti caratteriali molto diversificati tra loro. Che poi piacciano o meno è sempre a gusto puramente personale, io sono letteralmente impazzito per Tomoko! Anche le animazioni rientrano negli standard di serie senza alti budget di finanziamento, a sopperire però ci sono le migliaia di espressioni estreme della protagonista che vi faranno rotolare dalle risate a volte.

Il reparto audio invece è abbastanza anonimo, ci sono alcune musiche di accompagnamento delle puntate e le solite tracce ambientali tipiche delle stagioni giapponesi con cicale estive a farla da padrone. Ad elevare un po’ il voto ci pensano invece una opening assolutamente fuori di testa per la tipologia della serie e una ending a dir poco splendida che spiega lo stato d’animo di Tomoko meglio di mille parole! Consigliatissime da vedere, sia che vogliate spendere il vostro tempo con Watamote sia solo per ascoltare qualcosa di diverso e originale.

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Sword Art Online – un VRMMORPG può rubarti la vita!

Giappone, 2022.  Kazuto Kirigaya si stende sul letto infilandosi prima il suo Nevergear, casco neuro sensoriale che lo trasporterà all’interno del primo VRMMORPG (Virtual Reality MMORPG) al mondo completamente virtuale in cui il giocatore non avrà bisogno di periferiche per giocare ma soltanto della sua mente. Kazuto, in arte “Kirito” in game, è tra i 10000 fortunati possessori nel videogioco e, dopo il login e il caricamento, si ritrova ad Aincard, enorme mondo fluttuante che fa da base e mappa di gioco. Però, dopo una sessione di training con un’altra persona conosciuta nel mondo virtuale, Kirito scopre che dal menù opzioni del programma manca il tasto di logout dal gioco, rendendo tutti i presenti praticamente intrappolati ad Aincard. Forse un bug di programmazione, forse qualcosa di molto più oscuro e tremendo…

 

Aincard, ossia il sogno di ogni videogiocatore!

La realtà virtuale è da sempre il sogno di ogni videogiocatore che si rispetti. Abbandonare i classici controlli ed “entrare” realmente nel gioco è ciò che oggi separa il classico divertimento vecchio stampo fatto di joypad e televisori o monitor dal trovarsi catapultati in prima persona nel mondo in cui creiamo il nostro alter ego. Anche se con  significative differenze dal futuristico Nevergear presente in SAO, oggi esistono dei progetti che potremmo considerare i pionieri della realtà virtuale; parlo ovviamente dell’Oculus, prodotto inventato e cresciuto come un progetto di Kickstarter, noto sito di raccolta fondi per i progetti più disparati, che ci darà la possibilità di vivere in prima persona i nostri videogiochi preferiti. Un piccolo grande passo verso il Nevergear forse.

SAO infatti non è altro che un classico MMORPG ai quali siamo abituati oggi. Ci si crea un personaggio, si decide la classe, le professioni, le caratteristiche e le sembianze fisiche e poi si viene lanciati nelle avventure ad Aicard, un po’ come avviene su Azeroth per World of Warcraft o su Tyria per Guild Wars 2, dove missioni, combattimenti e raccolta di materie prime la fanno da padrona. Troveremo quindi personaggi dedicati alla lotta, personaggi con la vocazione della cura o della magia, ma troveremo anche chi decide di abbandonare la parte “violenta” del gioco per dedicarsi alla costruzione di oggetti utili, di armi o equipaggiamenti o, perché no, dedicarsi esclusivamente alla pesca e al relax.

A leggerla così sembra il paradiso dei giocatori… e lo sarebbe se dietro a tutto non vi fosse una mente malata e vendicativa che ha elaborato tutto per le proprie manie di grandezza e per un incomprensibile odio verso gli esseri umani e la loro società.

 

E’ tutto finto ma sembra tutto vero!

Come ci si potrebbe aspettare da un videogioco così futuristico com’è Sword Art Online la grafica fa il possibile per farci immaginare come sarebbe trovarsi in questo meraviglioso mondo virtuale composto da paesaggi stupefacenti, creature strane e paurose ed ambientazioni a metà strada tra il medievale e il futuristico. I disegni sono sempre ottimi così come le animazioni. Personalmente ho trovato migliore e più ricercata la prima parte della vicenda divisa in due distinti filoni narrativi ma che ripropone, chi più chi meno, i medesimi personaggi. Le animazioni si attestano quasi sempre su buoni livelli enfatizzando i momenti di battaglia che, presenti in buon numero, portano allo svolgimento della storia.

Anche l’audio si attesta ad un buon livello anche se, a differenza di altre serie animate, presenta un accompagnamento musicale meno memorabile durante le varie puntate mentre propone due openning e due ending davvero carine.

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Sulla collina dove i ciliegi fioriscono

Tutto inizia qui, una collina ornata di ciliegi in fiore che accompagna gli studenti verso scuola. Ogni giorno (o quasi) Tomoya cammina svogliato pensando che oggi sarà, come al solito, un giorno noioso e monotono, uguale ad ogni altro della sua vita… Ma non sa che il futuro lo aspetta proprio su questa strada di collina, un futuro fragile ma pieno di vita che inconsciamente chiederà il suo aiuto per andare avanti.

E’ così che inizia Clannad, una serie Anime che, se guardata con l’occhio giusto e il cuore aperto, vi può regalare emozioni che difficilmente si possono trovare in altre serie o film. La storia ruota attorno alla vita scolastica di Tomoyo, Nagisa ed ai loro compagni scolastici che, in vari momenti e situazioni, entreranno nelle loro vite in modi a volte duri e violenti o in altri più spensierati e romantici ma sempre con la delicatezza che accompagna ogni puntata. Nagisa, una ragazza debole fisicamente ma dal cuore grande, ha un sogno nel cassetto e una passione che non l’abbandona mai: recitare. Decide così che, ad ogni costo, il club di recitazione dell’istituto deve riaprire sotto la sua guida ma l’ostacolo per una ragazza così chiusa e timida è davvero grande: trovare almeno altri 4 membri. Tomoya, al contrario, è il classico “ragazzaccio”, che da noi sarebbe considerato uno studente normale ma che in giappone è invece un giovane teppista in quanto ribelle, scolasticamente non all’altezza della media e senza un progetto concreto per il suo futuro. In compenso è diretto ed espansivo e l’unico che, fino ad allora, decide di dare una spinta all’autostima di Nagisa che si lega a lui come guida e punto di riferimento.

Nella storia tanti altri personaggi faranno capolino tra compagni di scuola, genitori, professori. Tutti, a modo loro, avranno un ruolo, una parte nel costruire una trama che porterà noi spettatori ad appassionarci dei protagonisti, a soffrire con loro, a volte anche ad arrabbiarci, ma questo è ciò che ci terrà incollati alla TV per tutte le puntate della serie ed oltre perchè, alla fine del viaggio, pure  a noi sembrerà di far parte del club di recitazione.

 

“Anpan…”

Clannad è la classica serie attua a far vivere allo spettatore uno scorcio di vita quotidiana scolastica, tema tanto caro ai disegnatori giapponesi. Del genere ne esistono tante storie, alcune incentrate prettamente sul lato scanzonato e giovanile dell’età scolastica, altri invece che si soffermano sulla fase sentimentale dell’essere giovani e facilmente innamorabili. Clannad non si discosta molto dal clichè e prende punti di forza da l’uno e dall’altro modo di vedere un periodo di vita che tutti, nel bene o nel male, ricordiamo sempre con un pizzico di nostalgia, forse perchè l’abbiamo passato divertendoci e scanzonamente o più semplicemente perchè invecchiandom incosciamente, diventiamo nostalgici dei giorni in cui potevamo davvero dirci spensierati.

Ma se fosse solo questo Clannad perchè ci sarebbe bisogno di parlarne e soprattutto di vederlo? Apparte il contesto della vita scolastica di un gruppo di studenti l’autore è riuscito in maniera sublime a creare dei personaggi tanto diversi tra loro da creare un gruppo affiatato composto da personalità diammetralmente opposte e rivaleggianti. E’ così che un gruppo di ragazzi così differenti l’uno dall’altro si trovano uniti assieme a sostenere in qualsiasi maniera la persona più fragile e impaurita tra loro che, con la sua tenacia nel voler ad ogni costo portare a termine il suo sogno di recitare un giorno su di un palco, li porta ad aprirsi, a confrontarsi con se stessi e gli altri e rafforzare sempre più questo strano, fragile ma solidissimo legame nato dal caso. E quale miglior maniera di darsi un auto sostegno se non quello di gridar al mondo il proprio cibo preferito ?  “Anpan…”.

 

Conosciamo un po’ i personaggi

  • Okazaki Tomoya: 

Un ragazzaccio, un teppista, uno scansafatiche alla vista dei professori ma un ragazzo diretto, schietto che dice sempre quello che pensa e che difficilmente si tira indietro nell’aiutare un amico. Lui sarà assieme a Nagisa il perno della storia che ruoterà attorno a loro, al loro rapporto e  ai sentimenti che nasceranno durante tutto l’arco della serie.

  • Furukawa Nagisa:

Ragazza dolce, timida e incredibilmente chiusa in se stessa che è l’espressione di una vita passata per lunghi periodi da sola, in casa, a causa di una grave malattia che l’ha costretta a perde anche alcuni anni di scuola. Il fatto di essere rimasta quasi sempre sola la vede senza amici veri affrontare le sue paure e debolezze. Per fortuna sua, sotto un corpo delicato e fragile, batte un cuore enorme e colmo di speranze e aspettative che verrà sorretto prima da Tomoya e poi dal resto del gruppo di persone che alla fine lei potrà orgogliosamente chiamare “amici”.

  • Ibuki Fuko:

Lei è il personaggio più particolare della serie. Non spiegherò nulla di particolare su di lei per non rovinarvi nulla della storia ma sappiate che, seppur particolare e strana, sarà un personaggio fondamentale della vicenda e anche non volendo vi legherete a lei.

  • Ichinose Kotomi:

Un genio nel vero senso della parola. Talmente “cervellona” da poter non frequentare le normali lezioni scolastiche per dedicarsi ai suoi studi in biblioteca. Un personaggio particolarissimo, molto silenzioso e introverso che difficilmente si adatta alla vita quotidiana e al rapportarsi con gli altri. L’importante però e non darle un violino in mano… siete avvisati!

  • Fujibayashi Kyou e Ryou:

Sorelle gemelle che di gemello hanno solo la data di nascita. Due personalità diametralmente opposte: Kyou è una ragazza dinamica, impulsiva, a volte anche irruenta e violenta che però dedica la propria vita a sorreggere la sorella Ryou che, al suo opposto, è un carattere chiuso e introverso tanto da non riuscire in nessun modo ad esprimere i suoi veri sentimenti per Tomoya. La cosa particolare è che entrambe le sorelle sono capoclasse nelle loro rispettive classi.

  • Sakagami Tomoyo

Tomoyo è il più classico dei bulli che han messo la testa apposto. Espulsa da molte scuole per essere rimasta coinvolta in risse tra studenti si trova ad affrontare la sua ultima possibilità di prendere la retta via e portare a compimento un suo personalissimo sogno nel cassetto. Anche non volendo è l’ecerrima rivale di Sunohara, miglior amico di Tomoya, che la crede un uomo per la sua incredibile forza nel combattimento e vuole svelare la sua “presunta identità nascosta” affrontandola in ogni buona occasione. Per realizzare il suo sogno però Tomoyo deve prima ottenere un importante risualtato scolastico: diventare presidente del consiglio studentesco.

  • Sunohara Youhei

Miglior amico di Tomoya e percui pure lui considerato un ragazzaccio teppista senza futuro. A differenza del suo modo di fare scanzonato e ribelle nasconde dentro di se una profonda tristezza per fatti accaduti nel suo passato che lo porteranno ad affrontare se stesso, i suoi amici e la sua famiglia.

 

Dango Daikazoku

Parliamo un po’ dell’aspetto tecnico della serie. Clannad propone dei disegni semplici e animazioni abbastanza limitate. Leggendo recensioni per la rete si nota come proprio questo stile divida molto i gusti delle persone, e per fortuna ognuno di noi ha la propria opinione personale, io posso solo darvi la mia per quel che conta. Ho trovato i tratti caratteristici della serie pienamente in linea con la storia che dovevano rappresentare; i personaggi, gli scenari, i paesaggi sono tutti riprodotti guardando più alla semplicità e alla delicatezza che alla pure ricerca di similirità con il reale. Troviamo quindi disegni che, a guardar bene, appaiono un po’ sproporzionati e tutti abbastanza simili tra loro, ma nell’insieme li trovo davvero perfetti per la vicenda raccontata dove le diversità proposte sono più caratteriali che fisiche.

Con un disegno di questo tipo anche noi spettatori ci focalizziamo più sul seguire l’evolversi e il crescere della trama piuttosto che, come succede in altre serie simili, avere un “preferito” perchè disegnato nello stile da noi preferito non concentrandoci a dovere sul lato sentimentale o umano del personaggio. Non so con certezza se sia stata una scelta voluta o puramente casuale, fatto stà che il risultato finale è che la storia si segue sempre con attenzione costante senza mai obbligarci a scegliere un protagonista da sostenere o uno da odiare solo per il tratto con cui è stato riprodotto. La trovo una scelta assolutamente azzeccata.

Discorso ben diverso per l’accompagnamento musicale. Purtroppo non conoscendo il giapponese non posso esprimermi sull’interpretazione dei doppiatori ma posso assicurarvi che le voci sembrano appropriate ai caratteri che vanno a dar voce. Le musiche, invece, sono assolutamente stupende e, alcune, indimenticabili! Prenderò come esempio “Dango Daikazoku”, una ninna nanna o una vecchia canzone popolare che forse, ma non si capisce esattamente, una sigla di una qualche trasmissione TV per bambini. La canzone è semplicissima e, la prima volta che la sentirete, vi sembrerà alquanto fuori luogo o comunque non adatta al contesto della storia. Poi la riascolterete. E poi un’altra volta. Alla fine non potrete più farne a meno perchè è talmente bella e rilassante che non potrete più fare a meno di ascoltarla almeno una volta al giorno. Da segnalare anche la splendida “Megumeru” che fa anche da openig alla serie e che racchiude un po’ quello che è il senso intero della storia che seguiremo in Clannad.

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Se tu sei qui puoi dimostrare di esserlo davvero ?

Koichi Sakakibara è obbligato a trasferirsi a casa dei nonni a causa del lavoro del padre. Il cambio di residenza e l’inaspettata malattia si ritrova suo malgrado a dover posticipare la sua entrata nella nuova scuola dove frequenterà il terzo anno. Lui ancora non conosce cosa lo aspetterà; la classe terza infatti è da 26 anni oggetto di una maledizione che causa ogni anno morti tra i giovani studenti. Koichi, essendone completamente allo scuro, noterà da subito come il comportamento dei suoi compagni sia oscuro e schivo su alcuni argomenti e, soprattutto, noterà la misteriosa presenza di Misaki Mei, ragazza taciturna e schiva con un occhio bendato che mai partecipa all’attività scolastica e mai parla o viene interpellata dagli studenti.

Che sia davvero lì con loro ?

 

 Le “ragazze con la benda” hanno sempre il loro perchè!

Devo essere sincero sin dall’inizio, Another mi ha preso completamente fin dal primo trailer che vidi un po’ di tempo fa! L’ambientazione scolastica mista alle atmosfere tipiche di molti Japan Movie horror mi avevano dato l’idea che le premesse per una serie sovrannaturale finalmente ben realizzata vi fossero tutte… e per fortuna le aspettative non sono state assolutamente tradite.

La serie parte da subito presentando alcuni dei protagonisti della serie attorno ai quali ruoteranno bene o male tutte le vicende partendo proprio dal malato Koichi che di tutta la storia sarà uno dei due perni principali. L’altro caposaldo è invece la misteriosa Misaki centro del mistero e pendolo di una maledizione difficile da interpretare pienamente e dalle “regole” fin’ora mai incontrate in un anime. Ad accrescere l’alone di mistero che ruota attorno alla studentessa c’è il fattore “benda” che la rende ancor più tenebrosa ma allo stesso tempo fragile e “diversa” da tutti gli altri protagonisti della vicenda.

Non mi addentrerò oltre nella storia perchè le puntate che compongono la serie sono poche, solo 12 più una speciale puntata 0 che vi consiglio caldamente di vedere alla fine della vicenda per non rovinarvi sorprese e colpi di scena, e la storia si dipana in maniera liscia e avvincente tanto che difficilmente riuscirete a non guardare più di un episodio a serata.

Un consiglio spassionato: seguite attentamente le puntate perché sono piene di dettagli e piccole “chicche” che poi vi faranno capire al meglio l’intricato mistero.

 

La bellezza dell’orrore

Another è una serie del 2012 ed era percui facile aspettarsi un comparto tecnico al passo coi tempi. Ma la tecnologia e i disegni dai tratti puliti non bastano da soli a trasformare un anime ben disegnato in una bella storia disegnata dalle avvolgenti atmosfere!

Come da miglior tradizione horror Giapponese la serie è quindi molto psicologica facendo uso più del dialogo e delle situazioni piuttosto che delle scene realmente terrorizzanti, senza nulla togliere al giusto gore che in una storia prettamente horror deve esserci. Le animazioni sono ottime così come la caratterizzazione dei personaggi e delle locazioni in cui si svolgeranno gran parte delle vicende. Ovviamente non siamo di fronte ad un capolavoro da top ten della grafica d’animazione ma è sicuramente una serie in cui si vede la cura e la voglia di trasmettere emozioni forti con la quale è stata realizzata.

Come da aspettative anche il comparto audio è di prim’ordine con muschi ambientali che accompagnano sempre in maniera appropriata la vicenda. Menzione d’onore alla Opening “Kyoumu Densen” assolutamente in tema e geniale che rispecchia perfettamente le atmosfere che poi si respireranno guardando l’intera serie.

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